UN LIBRO SUI GATTI

UN LIBRO SUI GATTI
Di Davide Torri (Ass. Gente di Montagna)
Pochi giorni al Natale e sono in una libreria alla ricerca di qualche buon libro da regalare. Su uno scaffale mi attira una bella copertina vecchio stile e decido per l’acquisto. Per una serie di imprevisti passerà il Natale senza che venga donato e così, per non intristire il libro (che resta lì al buio della carta regalo), apro il pacchetto e decido di leggerlo io.
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Il libro è LA PARETE della scrittrice austriaca Marlen Haushofer. Edizione E/O 2018.
In un mondo –quello di oggi- in cui la tragedia viene gridata e sbandierata con toni animaleschi e drammatici e dove, dopo una manciata di giorni, viene dimenticata, spostata, annullata e sostituita da un’altra altrettanto urlata e strombazzata sui media e sui social (indipendentemente dal reale peso della tragedia stessa) e che a sua volta non durerà poi molto di più, incrociare il linguaggio distaccato di Marlen Haushofer è quantomeno spiazzante. Si, spiazzante perché la scrittura pacata della autrice, nata in Stiria nel 1920, nella sua stesura originale senza interpunzione né divisione in paragrafi, ha un basso continuo angosciante e crudele che ci porta ad impattare con la violenza e il dramma in una forma ancora più terribile proprio perché ci appaiono come accadimenti che si perdono nella rassicurante, quanto finta, quotidianità borghese.
Scrive Haushofer che “dal momento che vedo le cose con grande acutezza e non intendo far male a nessuno, sono spesso costretta a mentire” ma con LA PARETE, un libro che “è la storia di una gatta”, l’autrice sembra meno costretta alla falsità.
LA PARETE viene pubblicato per la prima volta nel 1963 e, poi, nel 1968 ma solo dopo vent’anni diventa un libro importante e conosciuto. Marlen Haushofer diventa allora una autrice –a diciotto anni dalla sua morte- che riceve, per la sua capacità nell’anticipare e nel proporre tematiche che diventeranno attuali e irrimandabili, attenzione dal grande pubblico. La sua concezione della guerra, della violenza, del conflitto tra i generi, la ricerca della non violenza e, nel caso del libro in questione, il rapporto tra uomo e natura la mettono a fianco di grandi scrittori di culto (una definizione che non amo ma la Haushofer riceve ampiamente il mio, personalissimo e limitato).
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La protagonista si trova, senza nessun segnale premonitore, ad essere divisa dal mondo esterno, morto e deserto nel tempo di una notte, da una parete trasparente, invalicabile e resistente. La parete circonda la montagna dove sarà costretta a sopravvivere in compagnia di gatti, con e senza nome, un cane, una vacca e il suo vitello e altri animali selvatici. Inizialmente, e riduttivamente, paragonato ad un Robinson Crosue al femminile LA PARETE è invece un distaccato quanto ipnotico viaggio dentro l’anima della protagonista e della Haushofer (che cosa è l’anima? probabilmente non l’ho mai avuta(1))
Sono tanti i temi che LA PARETE intercetta ed ognuno può ben tirar fuori quello che più lo colpisce. Dalla malinconia per una infanzia che non ci può accompagnare sempre alla paura di un disastro nucleare. Credo che il più significativo, oggi, sia quello del RITORNO ALLA NATURA. L’idilliaco quanto auspicato Ritorno al Bucolico che, tra le barbe ben curate che frequentano certi ambienti, solletica così tanto. Ma viene da dire leggendo le quasi duecento pagine del libro, in modo sintetico: “Ritorno alla Natura? Ma anche no!”. Ne LA PARETE la Natura è, come è, un luogo di fatica, di sopravvivenza, di paura, dove in ogni momento è presente il ciclo della vita e della morte.
“Dopo aver segato abbastanza legna, mi accinsi a spezzettarla (…)mi procurai una ferita sopra al ginocchio con l’ascia. Non era profonda, eppure persi molto sangue e mi resi conto che dovevo essere più attenta “
La montagna è circondata da questa alta parete e là fuori il mondo se ne è andato per sempre. Fuori,ma anche dentro la parete, l’uomo non è certo un elemento positivo. Nè tantomeno la sua opera presuntuosa.
“Qui, nel bosco, in realtà mi trovo nel posto che mi spetta. Non serbo rancore ai fabbricanti di automobili (…) Tubi del gas, centrali elettriche e oleodotti: ora che gli uomini non ci sono più mostrano infine la loro vera, misera faccia (…) la Mercedes nera di Hugo (…) oggi è ricoperta di intrighi vegetali, un nido per topi e uccelli (…) si dovrebbero piazzare più automobili nei boschi”
Haushofer ci porta in una Natura dove la protagonista riflette – LA PARETE è un lungo monologo interiore della donna – sul suo ruolo e del rapporto che lei stessa ha con le creature della montagna. Con loro e con il futuro intero del mondo e ci dice come solo la responsabilità più convinta, ed anche estrema, può darci un lumicino di speranza. Forse.
“Vidi una volpe ferma a bere vicina al ruscello (…) avrei potuto spararle, portavo con me il fucile, ma non lo feci (…)L’unica creatura in grado di agire veramente in modo giusto o ingiusto sono io. E solo io posso esercitare clemenza. A volte desidererei non essere gravata dal peso della decisione. Ma sono un essere umano, e posso pensare ed agire solo come tale.”
LA PARETE (2) è un libro sconcertante, la scrittura sembra monocorde, senza nessun acuto, obbligo o spinta a continuare la lettura eppure ti avvolge come una edera e non ti lascia andare, persino i segnali che anticipano i drammi successivi scompaiono nel vuoto memoriale della protagonista. E così scopri che la Natura, quasi come a riprendere in mano il Libro della Genesi riveduto dalla Haushofer con una matita dalla doppia punta rossablu, non porta a nessuna riconciliazione tra l’uomo e la donna e che il primo è ancora (ed ancora lo è oggi) portatore di violenza che ti raggiunge sempre ed ovunque, anche in mezzo ad un’alpe, in cima ad una montagna circondata da una alta parete di vetro.
“Nel pascolo c’era un essere umano, un uomo sconosciuto, e davanti a lui giaceva Toro. Vidi che era morto (…) Lince si lanciò contro l’uomo e cercò di azzannargli la gola (…) vidi balenare la scure e la udii abbattersi con un suono cupo sul cranio di Lince”.
LA PARETE è un libro cupo, un precipizio che ti spinge verso il basso, la scrittura di Haushofer è la versione cartavetrata di un altro autore, Karl Ove Knausgård, che ci porta, lentamente e inerosabilmente dentro la mente di chi scrive. E la mente di Marlene non è certo un quadro del Rinascimento : “il cervello finalmente la smetterà di pensare. Per questo sia lodato Dio, che non esiste”. Ma è un libro bellissimo e pieno di ferite: come è la Natura. Oggi più di allora.

(1) dal diario dell’autrice, ultima annotazione prima della sua morte il 21 marzo 1970
(2) Oltre a LA PARETE è possibile recuperare, in Italia, altri libri di Marlene Haushofer: LA MANSARDA, Edizioni E/O 1994;
UN CIELO SENZA FINE, editrice E/O 1992; ABBIAMO UCCISO STELLA, Edizioni E/O 1993. Inoltre, nel 2012, da LA PARETE
è stato tratto il film Die Wand di Julian Pölsler interpretato da Martina Gedeck,  protagonista in “Le vite degli altri” e
passato, in sordina, alla 60.ma edizione del Trento Film Festival.

L’eterna lotta tra il cane e il lupo

 

L’eterna lotta fra il cane e il lupo 

Prove inconfutabili che la convivenza con il lupo è possibile

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In una mattina di novembre del 2017 Paolo e sua moglie Valeria si dirigono nel cuore dell’Appennino abruzzese, zona famosa per gli appassionati di animali selvatici e di foreste primitive. Nelle vicinanze dell’antico borgo di Opi, mentre sono a bordo strada nel tentativo di avvistare animali, notano del movimento sulle alture alle loro spalle. “Subito abbiamo visto due lupi risalire di corsa il versante roccioso, inseguiti da due cani da pastore. Ho puntato in quella direzione lo zoom della mia Nikon e ho iniziato a scattare. Appena i lupi giungono in cima spunta dal crinale un gregge di capre, inseguite da un terzo lupo che le spinge verso gli altri due. Ci è parsa del tutto una manovra di accerchiamento”.

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Le foto di Paolo sono eccezionali e mostrano la reazione dei cani da pecora abruzzesi, che con le movenze e gli atteggiamenti danno l’impressione di essere bestie con il fisico di un lupo e il manto di una pecora. Tutto accade in pochi minuti, si vedono i cani che contrattaccano e spingono via i lupi, lontano dal gregge. Lanciano attacchi decisi ma senza mai allontanarsi troppo dalle capre, con la testa bassa e le orecchie indietro. Appare un terzo cane: i lupi non possono fare altro che rinunciare e fuggono con la coda tra le gambe. Tra i vari scatti realizzati da Paolo in quegli incredibili istanti, nella foga dello scontro tra cani e lupi appare anche una cornacchia in volo. Non è difficile immaginare per chi tifassero in quelle ore le cornacchie del posto: sono infatti uccelli assai abili nel seguire i lupi per cibarsi dei resti delle loro prede.

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L’avvistamento di Paolo e Valeria si conclude con i lupi che svaniscono tra le radure e la faggeta: “Uno dei cani da pecora si è diretto verso la zona abitata e poco dopo è tornato in compagnia del pastore”. Voleva ricordare al suo padrone che non si lascia solo il gregge? O voleva vantarsi dell’attacco sventato? Non lo sapremo mai.

 

Paolo Ruggieri (Fotografie)

Paolo Rossi e Dario Casarini hanno trasformato il racconto di Paolo Ruggeri in questo breve articolo.

prossifoto@gmail.com – www.paorossi.it

Ululare con un lupo vagante

Quel giorno che un lupo mi ha beccato appostato: Da prima è fuggito ma poi, appena è uscito dalla mia visuale ha cominciato a rispondere ai miei ululati. Prima di sparire definitivamente tra la faggeta e le pinete dell’ Alta Val D’Aveto (Appennino Ligure Ottobre 2014 ore 17:00). www.paorossi.it

Il Gatto Selvatico in Liguria: Video inedito!

Il Video

Un possibile Gatto Selvatico (Felis Silvestris) in provincia di Genova (Valle Stura) filmato da una delle mie video-trappole sul finire del 2017. Si tratterebbe del primo Felis Silvestris o “ibrido” di Felis Silvetris filmato in libertà sull’Appennino Ligure. Infatti sino ad oggi, non esistevano “prove video” dell’esistenza di questa specie nella provincia di Genova. Il Dott. Stefano Anile (https://www.researchgate.net/profile/Stefano_Anile) , esperto di felini selvatici, dopo aver visionato i miei video mi ha confermato che il soggetto ripreso è molto probabilmente un vero e proprio Gatto Selvatico.

In sei mesi ho registrato solo tre passaggi davanti alla video-trappola:

8 Novembre 2017 – notte

27 Novembre 2017 – notte

17 Dicembre 2017 – giorno

 

 

Riscontri

Esistono importanti riscontri sulla presenza del Felis Silvestris nei boschi della Liguria, che precedono di qualche mese il mio video. Ad aprile del 2017 infatti, sono stati ritrovati due ibridi di Gatto Selvatico (fonte ISPRA, vedi foto) in due zone distinte della Liguria: Pigna (IM) e Passo del Turchino (VALLE STURA GE). Proprio quest’ultima -una femmina investita da un’auto- dista a pochi chilometri dalla zona dove ho realizzato il video del possibile Gatto Selvatico nel novembre del 2017.

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Altri riscontri (fotografici)

Il fotografo Andrea Biondo nel 2009 in Alta Val Argentina (IM) immortalò con la sua macchina fotografica un felino del tutto simile ad un Felis Silvestris. Foto del suo blog: https://andreabiondo.wordpress.com/

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Riconoscimento

Come distinguere in natura, In Italia, questo elegante felino dalla razza domestica, specie dal soriano che, essendo striato, ha un aspetto simile?
Senz’altro quello selvatico ha una corporatura più robusta, ma l’unico modo per aver una relativa certezza che un fugace avvistamento si possa riferire proprio a questa specie, è aver distinto nettamente la stria nera dorsale, meglio se in abbinamento con almeno altri due caratteri della sua ornamentazione tipica, come le quattro strie nere sulla nuca, nonché la coda;grossa e con la con punta arrotondata, a larghi anelli neri, è uno degli elementi distintivi di questo felino.
Le feci e le impronte di gatto selvatico e domestico, invece, non sono distinguibili fra loro.
I maschi  sono più grossi delle femmine. La lunghezza del corpo va dai 70 a 110 cm, di cui ben 30-40 cm di coda. E’ meno longevo del suo cugino domestico, potendo vivere all’incirca 8-10 anni.

 

Biologia

Il gatto selvatico Felis silvestris é suddiviso in diverse sottospecie, afferenti a tre grandi gruppi:
1. silvestris, tipico del sub-continente europeo;
2. lybica, schiettamente africano, da cui derivano il gatto di casa e il gatto selvatico sardo;
3. ocreata, a diffusione Asiatica.

Non è facile avere la fortuna di avvistare il gatto selvatico europeo in natura. Elusivo e di abitudini notturne, si aggira nei boschi a prevalenza di latifoglie, a quote inferiori ai 1500 metri, nutrendosi in prevalenza di piccoli mammiferi, ma allo stadio giovanile non disdegna anche anfibi, pesci e grossi insetti.

Un gatto selvatico europeo occupa un territorio di caccia di grandezza variabile tra 2 e 10 chilometri quadrati e lo marca con urine e graffiature sulle cortecce, senza però che vi sia la necessità di combattimenti. Individui di sesso opposto possono frequentare lo stesso territorio.
Si riproduce una volta l’anno; proprio questo il periodo degli amori, con accoppiamenti in febbraio-marzo. Dopo 65 giorni di gestazione nascono da 2 a 5 piccoli che, a 6-8 mesi di età, diventano indipendenti.
Anche se in cattività il selvatico e il domestico sono interfertili, in libertà ci sono forti barriere comportamentali che ne limitano l’ibridazione.

 

Conservazione

Investimenti stradali ed abbattimenti accidentali sono la principale causa di mortalità del gatto selvatico in Italia (Lapini, 1989), anche se, al contempo, sono anche la principale fonte di dati sulla specie nel nostro paese.
Recentemente vi si è aggiunto il foto-trappolaggio, che consente di ottenere buone informazioni sulla presenza del gatto selvatico, altrimenti presenza invisibile.
Ogni singolo esemplare in natura viene sottoposto ad accurate misurazioni esterne e interne, che consentono di ottenere dati numerici di identificazione molto precisi (indici craniali e intestinali). Essi poi vengono verificati sulla base del DNA (ISPRA).
Tra le altre minacce alla conservazione della specie riscontriamo la possibilità di ibridazione con il gatto domestico, gli abbattimenti illegali, nonché, come in altri casi, la frammentazione e perdita di habitat idonei.
La sua presenza, come quella di tutti i carnivori, animali all’apice delle catene alimentari, testimonia l’elevata qualita’ degli ambienti che sceglie di frequentare. Anche in questo caso l’esistenza dei Parchi, che mantengono un alto livello di biodiversità, permette così a specie molto esigenti come questa, di sopravvivere e prosperare.

 

Animale protetto

In Italia il gatto selvatico è protetto dallalegge 157/92 sulla caccia ed è inserito tra le specie di interesse comunitario che richiedono protezione rigorosa dal D.P.R. 357/97; la sua presenza conferma il buono stato dell’ecosistema, mantenuto anche grazie ai Parchi. Oltre ad essere nell’allegato IV della Direttiva Habitat 92/43 CEE, è incluso anche nell’appendice II della CITES e nell’appendice II della Convenzione di Berna.

Paolo Rossi Wolves Photographer

prossifoto@gmail.com

www.paorossi.it

Remote Camera codarda ma utile

 

Aspettando i lupi

ASPETTANDO I LUPI

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“Le cose grandi per tutti non esistono, sta a noi farle grandi. E quando sono grandi vanno lasciate in pace. Come le montagne, come i giganti.”

Vinicio Capossela

 

Nel 1991 nel paese di Rezzoaglio, piccola comunità di montagna a 60 km da Genova, viene trovata una coppia di lupi morti, uccisi nei lacci da un bracconiere. É un avvenimento importante, tra i primi che segnano la progressiva ricolonizzazione dell’Appennino Ligure da parte di questo animale.

Al principio degli anni settanta del lupo italiano rimanevano circa 200 esemplari, confinati nell’Appennino centro-meridionale. Il carattere estremamente selvaggio di territori come le montagne della Marsica ha salvato il Canis lupus italicus, specie endemica della nostra penisola, dalla catastrofe. A partire da quell’esigua popolazione, in quarant’anni il lupo ha ricolonizzato tutto l’Appennino e gran parte delle Alpi, con una popolazione attuale stimata di 1500-3000 individui. Il ritorno di questo grande predatore è una conseguenza diretta del grande cambiamento verificatosi nella società italiana: negli anni sessanta l’Italia si é trasformata da paese agricolo a paese industriale. Con il miracolo economico la popolazione lascia la vita da contadino e da allevatore nelle campagne per trasferirsi con la famiglia in città. Il famoso abbandono della montagna: oggi l’Appennino è costellato di paesi fantasma, che si animano per due settimane l’anno ad agosto, quando i discendenti degli eroici contadini migrano in fuga dal caldo afoso delle grandi città. Le regioni montane, non più governate e presidiate dall’uomo, sono state in poco tempo rivendicate dalla natura: dove fino a cinquant’anni fa c’erano pascoli e campi, ora ci sono fitte foreste. In questo ambiente nuovamente selvaggio sono tornati caprioli, cinghiali, cervi e naturalmente i lupi.

A picco sul mare

Da vent’anni i lupi sono la mia ossessione. Da quando da ragazzino trovai le orme su un  sentiero alle pendici di “Montarlù”, (“monte del lupo” nel dialetto dell’alta Val Trebbia) è incominciata una sfida per vedere un animale leggendario, che più di ogni altro scatena turbamenti nell’animo umano. Iniziai a muovermi silenzioso sui monti, all’alba e al tramonto, prestando attenzione alle tracce e ai racconti di cacciatori e fungaioli. Ci sono voluti dieci anni perché vedessi i miei primi lupi, due cucciolotti nell’erba alta sorvegliati a distanza dagli adulti. Da quel momento decisi che volevo conservare una prova di questi istanti mitici e tanto attesi, così iniziai ad appostarmi con una macchina fotografica.

Sono diventato un fotografo di lupi. Prediligo i luoghi più selvaggi, dove la presenza umana è ridotta al minimo. Amo le radure e le praterie d’altitudine, tra le faggete e i boschi di abete bianco. Cerco un nascondiglio tra le rocce o i ginepri, attento alla direzione del vento per non tradirmi con il mio odore. Aspetto, immobile e in silenzio, per ore e ore, la stragrande maggioranza delle volte senza successo. “Cercare di fotografare un lupo sull’Appennino è come andare per funghi trenta volte e trovarne soltanto uno” dice il mio collega fotografo Nicola Rebora. Infatti il lupo è un animale estremamente elusivo. Sensi molto più sviluppati dei nostri, se immobile è praticamente invisibile grazie al manto mimetico; da millenni sa evitare l’uomo, attualmente il suo nemico principale.

Maggiore è l’attesa e maggiore l’esaltazione dell’avvistamento. Vengo ripagato di tutto: la ricerca, le ore di attesa, il gelo delle limpide albe invernali e l’umido terrificante dei tramonti quando tira vento di mare e si viene sommersi dalle nuvole basse. Condizioni che spesso l’escursionista della domenica non sperimenta.

Lupo (da Video-Trap)

Nel 2007 in Val Penna, dove ho realizzato alcuni dei miei scatti migliori, è stato denunciato un bracconiere che da anni nelle osterie si vantava della sua collana di denti di lupo, formata dai canini di sette individui da lui uccisi in diversi modi. Questo è solo un esempio della tipologia di personaggi che popolano le montagne liguri. Lo storico greco Diodoro Siculo descrisse così le popolazioni dei Liguri dell’età romana: ”Le donne hanno la robustezza degli uomini e gli uomini la robustezza e l’indomabilità delle belve”.

In queste zone il lupo non ha vita facile e gli episodi di bracconaggio non sono rari. Viene visto come un competitore dai cacciatori e come un grave danno dagli allevatori.

Più di una volta nei miei appostamenti ho avvistato bracconieri o trovato segni della loro presenza: in fondo agiamo in modo simile ed è normale che le nostre strade si incrocino. Passando ogni anno centinaia di ore nei monti, cerco nel mio piccolo di svolgere un’attività di presidio e vigilanza sul territorio, segnalando ogni attività sospetta.

Le persone che mi sostengono, acquistando i miei libri o partecipando alle mie escursioni, quindi non stanno solo finanziando un fotografo freelance ma contribuiscono anche alla vigilanza antibracconaggio in questi posti estremi.

Gli anni passano e la mia passione nel cercare, fotografare e documentarmi su questi splendidi animali non scema. Ho realizzato due libri fotografici (Lupi Estremi, 2017 e Incivili, 2018). Porto gli appassionati ad appostarsi con me. Insegno a cercare tracce, capire gli spostamenti e ad attendere con pazienza e umiltà. Non garantisco mai l’avvistamento: secondo me quel mitico incontro bisogna guadagnarselo da soli, io posso solo indicare la strada.

Di Paolo Rossi e Dario Casarini – prossifoto@gmail.com

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Il custode della bellezza

Una signora mi ha raccontato che suo figlio da piccolo è diventato cieco completamente però ha imparato a nuotare e a camminare nei boschi da solo senza neppure il cane guida. Dopo degli anni, qualcuno gli ha chiesto “ti piacerebbe tornare a vedere?” lui ha detto NO. Ha detto di NO perché era talmente immerso nella bellezza che la vista e gli occhi lo avrebbero condizionato nel vedere solo la superficie delle cose. Marco Morandi (trasmissione integrale https://www.raiplayradio.it/…/SECONDA-CLASSE-7a174209-bd09-…)

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“Vasche trappola” per animali selvatici in tutta Italia

In queste ore si alzano potenti le voci di denuncia contro le quella vasca/cisterna di cemento che ha ucciso dei rari e protetti orsi marsicani in Abruzzo (https://www.repubblica.it/ambiente/2018/11/15/news/mamma_orsa_e_i_suoi_due_cuccioli_annegati_in_una_vasca_d_acqua_privata-211753815/?rss). Nelle ore seguenti all’uscita di questa terribile notizia mi è subito tornato alla mente il terribile episodio del 2011 quanto sopra il paese di Torriglia un lupo nero (Canis lupus italicus) morì annegato in una cisterna a cielo aperto di un ex discarica di rifiuti. Nell’articolo originale (riportato sotto in corsivo) non si menziona l’annegamento nella cisterna, probabilmente per richiesta di un ente pubblico locale (paura di brutte figure pubbliche!). 4E18945D_003507_6BFFA468_Foto_mail_PICTURE--158x237Tra il 2009 e il 2012 frequentai spesso quella zona e documentai fotograficamente la presenze di una splendida famiglia di lupi, non fotografai mai il lupo nero ma pochi mesi prima della sua fine, lo vidi riposare nella neve insieme al resto del suo nucleo famigliare.  Alcune persone residenti nei paesi nella zona, ancor prima della notizia del lupo annegato nella cisterna, mi riferirono che più volte degli animali selvatici erano finiti in quel maledetto buco pieno d’acqua putrida con le pareti lisce e quindi senza appigli per risalire. Ma ci volle la morte di una specie importante come un lupo per convincere i responsabili della zona a chiudere una volta per tutte quella trappola a cielo aperto. Allego una foto della zona: il quadrato rosso è la zona della cisterna-trappola, che per fortuna oggi risulta chiusa e interrata.Immagine

Giallo a Torriglia, morto l’unico lupo nero dell’Appennino
di Matteo Sacco – 10 luglio 2011
Genova – E’ morto per cause naturali? O è stato avvelenato? È giallo sulla morte di un lupo ritrovato a Torriglia, località alle spalle di Genova, all’interno del parco dell’Antola. L’animale trovato già in avanzato stato di decomposizione, appartiene a una specie molto rara: il lupo nero.
Eraldo Minetti, commissario della Polizia provinciale, afferma: «Si trattava dell’unico esemplare nei boschi genovesi e, con molte probabilità, il solo lupo nero della Liguria». La caratteristica che rende questa variante così particolare nella specie, è la sua formazione. Secondo alcuni ricercatori specializzati è presente, nel corredo del Dna dell’animale, un “inquinamento genetico”, dovuto all’accoppiamento del lupo con i cani selvatici. La teoria più accreditata, invece, spiega la particolarità individuando varianti melaniche dei geni. «È lo stesso caso della pantera nera – precisa Minetti – si tratta di un giaguaro afflitto da melanismo, cioè colpito da una mutazione di un gene dominante che “colora” di nero il mantello dell’animale. Allo stesso modo avviene per il lupo».
Non è stato possibile completare l’autopsia. La carcassa dell’animale, già parzialmente decomposto, ha consentito agli operatori del parco naturale dell’Antola, di prelevare soltanto un campione e spedirlo all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale di Bologna, per farlo analizzare.
«Aspettiamo i risultati per tracciare un’identità genetica. Era da più di due anni – spiega Marco Carraro, dirigente del parco dell’Antola – che le foto-trappola (macchine fotografiche nascoste tra la vegetazione che scattano al passaggio degli animali ndr), ritraevano questo esemplare aggirarsi nei boschi, con il gruppo famigliare del parco».
Questo è solo l’ultimo caso in cui l’uomo si accanisce contro il lupo. Molto spesso le guardie della Forestale e gli agenti della polizia provinciale recuperano esemplari avvelenati o molto spesso “impallinati” da fucili da caccia. Nonostante il lupo sia un animale protetto da una legge che risale al 1971, «con ormai troppa frequenza è vittima di caccia e di bracconaggio», spiega Minetti. Probabilmente chi potrebbe aver ucciso l’esemplare ignorava la particolarità di questa variante genetica. «Sta di fatto che anche il Parco dell’ Antola aveva il suo lupo nero – si rattrista Minetti – adesso non più».